2) Barth. La religione  l'estrema possibilit per l'uomo di
affermare se stesso.
La religione pi radicale e drammatica che l'uomo abbia conosciuto
 quella giudaica. Nella legge l'uomo sperimenta con angoscia il
suo peccato e insieme l'impossibilit di superarlo per porsi in
relazione con Dio. Ogni parola, ogni gesto religioso che l'uomo
compie  empiet perch l'uomo  peccatore e quindi indegno di
rivolgersi a Dio. Proprio in questo consiste il peccato dell'uomo
religioso, nel credere di poter trattare con Dio alla pari.
K. Barth, L'Epistola ai Romani.

 V. 7b Ma io non avrei alcuna esperienza del peccato, se non
l'avessi per mezzo della legge. Poich io non saprei nulla della
concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non concupire!.
 "Io non avrei alcuna esperienza del peccato, se non l'avessi per
mezzo della legge." Che cosa  la religione, se essa pur
presentandosi come il grado pi elevato nel regno del peccato, non
 identica col peccato? Evidentemente essa  la possibilit per la
quale tutte le possibilit umane entrano nella luce di una crisi
radicale e il peccato diventa visibile e sperimentabile. L'uomo 
peccatore in virt della sua natura di chiamato ed eletto, per il
fatto storico (cosciente o incosciente) da cui  riferito a Dio in
virt dell'atto che gli ricorda la sua perduta immediatezza e non
altrimenti. Indipendentemente dalla possibilit religiosa, come
creatura fra le creature, l'uomo  peccatore soltanto nel segreto
di Dio, invisibilmente, non storicamente. Dio sa quello che  bene
e male. Ma all'uomo non si pu domandar conto di questo male. Esso
non pesa su di lui n come colpa n come destino. Egli non vede la
spada del giudizio puntata contro di lui ed  impossibile
comunicargli, imporgli questa fatale visione. L'uomo  peccatore
precisamente come, prescindendo nuovamente - dal punto di vista
opposto della nuova creazione - dalla possibilit religiosa, egli
 giusto soltanto davanti a Dio, invisibilmente e non storicamente
e non pu rendersene conto e non  nella possibilit di
vantarsene. Nel mezzo, tra queste due invisibilit, si trova la
visibilit della legge, della religione: tra gli altri contenuti
di coscienza (o del subcosciente) dell'uomo si trova l'impronta di
rivelazione, la conoscenza del bene e del male, la conoscenza,
comunque determinata, che egli appartiene a Dio, il ricordo della
sua origine eterna, nella quale egli  eletto alla salvezza o alla
dannazione. Un'eccezione all'universalit di questa coscienza 
stata considerata in 5:13-14, ma soltanto teoricamente. Ma qui
importa poco che esista una tale eccezione. Noi cerchiamo il
significato di questo particolare ultimo contenuto di coscienza, e
vediamo in ogni caso subito questo, che esso sta di fronte agli
altri in un rapporto di relativa, ma definita e acuta opposizione.
Il pensiero di un numen di qualunque specie ha la peculiarit di
gettare l'allarme, di inquietare, di turbare tutti gli altri
pensieri. Non appena vi  un Dio per l'uomo, l'uomo stesso  messo
pi o meno energicamente e chiaramente in questione. Una
spaccatura sulla quale  pi o meno difficile gettare un ponte si
apre tra il suo essere e un non essere che gli si oppone
minaccioso tra la realt e verit. Un dubbio pi o meno forte si
deva, se il possibile non potrebbe essere l'impossibile, l'essere
il non dover essere. Questa crisi  in qualche misura il
significato di ogni religione, e quanto pi fortemente questa
crisi si afferma tanto pi chiaramente il fenomeno che ci
interessa  cosciente o incosciente religione. Perci il fenomeno
religioso, considerato nella storia della sua evoluzione, sembra
aver raggiunto il suo grado pi puro e pi elevato nell'asprezza
dell'aggressione profetica contro l'uomo, che raggiunge nella
"legge" israelitica. Ma che cosa significa questa crisi? Come un
dato di fatto si deve dire che la rivolta servile dell'uomo contro
Dio si esprime visibilmente appunto nel fatto religioso: l'uomo ha
"tenuta prigioniera la verit nell'insubordinazione," si  perduto
in se stesso, ha udito e ha voluto udire il fatale suggerimento:
Eritis sicut Deus! Egli  a se stesso quello che Dio dovrebbe
essere per lui. Egli scambia il tempo coll'eternit. E perci
anche l'eternit col tempo. Egli osa quello che non dovrebbe
osare: egli si protende al di sopra della linea della morte che
gli  imposta, verso l'immortale Dio sconosciuto, gli ruba quello
che  suo, si pone in linea con lui e trae Dio alla sua vicinanza.
Egli pone se stesso, con uno spaventoso disconoscimento delle
distanze, in relazione con Colui col quale egli stesso non pu
mettersi in relazione, perch Dio  Dio e non sarebbe pi Dio se
l'uomo potesse in tal modo riferirsi a lui. Egli fa di Dio una
cosa tra cose nel suo mondo. Tutto ci diventa un evento visibile
appunto nella possibilit religiosa. Ma conseguenza di ci che ivi
diventa visibile  appunto ogni crisi in cui, con questa
discutibile ultima possibilit, precipita l'intera esistenza
empirica dell'uomo: adunque tate  l'uomo: l'essere che, quando
oppresso dalla problematica del suo mondo riflette pi
profondamente su se stesso, ha la possibilit religiosa, la
possibilit di osare l'impossibile, di fare con inaudita superbia
quello che non dovrebbe fare in nessuna circostanza: trattare con
Dio come col suo simile. A che cosa si riducono le sue altre
possibilit, se questa  l'ultima, la pi profonda di esse, il
loro vertice? Se appunto la suprema giustizia umana  un
sacrilegio? Da questo punto s'inizia il giudizio anche per le sue
altre possibilit. Nella luce di questo ultimo atto, che egli pu
compiere, appaiono anche i penultimi, che egli compie. Nel suo
ultimo anello tutta la catena appare come una serie di
impossibilit. Con l'apparire della suprema illusione dello sforzo
umano si scopre il carattere illusorio dei suoi sforzi meno
elevati. Come uomo religioso, l'uomo si  posto di fronte a Dio e
ora egli deve stare di fronte a Dio. Appunto nel ricordo della sua
immediatezza a Dio, si storicizza la perdita di questa
immediatezza. La malattia mortale si dichiara. La religione
diventa il punto interrogativo dell'intero sistema della cultura
umana. L'uomo, come uomo religioso, sperimenta: che cosa?
Evidentemente il fatto che egli  invisibilmente determinato dal
peccato. La caduta dell'uomo da Dio, la lacerazione dell'unit tra
la sua origine e lui diventa un fatto concreto nella religione, la
dualit della sua eterna predestinazione alla salvezza ovvero alla
dannazione diventa, "per mezzo della legge" un dato psichico-
storico. "Il peccato sovrabbonda" (5:20).
K. Barth, L'Epistola ai Romani, Feltrinelli, Milano, 1989, pagine
223-225.
